In un recente episodio della serie tv che potremmo chiamare Il rapporto tossico tra Teoria Critica e French Theory, piuttosto noiosa ma continuamente in onda sui canali ufficiali della filosofia accademica, una giovane relatrice sfibrata, durante la seduta plenaria, scatta dalla sedia ed esplode: «Habermas non era certo il destino della Scuola di Francoforte! Sarà la volta buona che ci decidiamo a lasciarlo perdere e, al posto suo, cominciamo a leggere Sohn-Rethel o – perché no? – Christoph Türcke!».

Con Sensazione e protostoria nel pensiero di Christoph Türcke (2023), volume collettaneo curato da Vincenzo Cuomo e Luca Scafoglio, Kayak Edizioni mette in mano a lettrici e lettori italiani uno strumento indispensabile per seguire finalmente quel consiglio. Già, perché sebbene alcuni dei libri più importanti di Türcke siano già disponibili in italiano (nelle versioni peraltro stilisticamente brillanti di Tommaso Cavallo), non è semplice orientarsi in un impianto teorico che, come il suo, tende a mobilitare tutta una stratificazione di livelli di analisi e di sintesi – dall’antropologia culturale alla psicanalisi e alla critica marxiana, dalla logica dialettica all’archeologia dei media, dall’analitica foucaultiana del potere al situazionismo – in funzione di quella che è, forse, la più acuminata critica del tardo capitalismo, dei suoi apparati e della sua soggettività, oggi in circolazione.

Sensazione e proto-storia nel pensiero di Christoph Türcke

Ma torniamo a Habermas o, meglio, al problema teorico e politico da cui tanto la Seconda Scuola di Francoforte, intestandosi l’«eredità legittima» della Prima, quanto Türcke prendono le mosse. È il celebre dispositivo – illuminato da Adorno e Horkheimer con largo anticipo sui tempi dello sviluppo capitalistico europeo – dell’industria culturale, la cui prestazione centrale è di innescare, attraverso l’inversione di produzione e consumo della merce, un processo generalizzato di estetizzazione dei rapporti sociali, sino alla conversione integrale della sfera pubblica in ordine pubblicitario, dell’opinione pubblica in pubblico. È di fronte a questa diagnosi che si consuma la netta spaccatura nell’orizzonte della teoria critica contemporanea: da un lato, la liberaldemocratica «teoria dell’agire comunicativo» di Habermas; dall’altro, la corrosiva, radicale archeologia dello shock mediale di Türcke. Lo mette bene in luce Hösle in Sensazione e protostoria: ad Habermas, che poté divenire «l’araldo più eloquente della tarda modernità» soltanto quando si votò all’elogio spassionato dei «più potenti discorsi sociali nei mass media» (p. 133), Hösle oppone «il coraggio» e la «forza fenomenologica» della teoria critica di Türcke. Lo stesso elogio, mascherato sotto una pesante patina di estetizzazione della critica, che troviamo – giusta la diagnosi di Losso – nello «euphoric or frightened discourse of a new era of civilization» (p. 183) che sta alla base dell’ambigua combinazione di tecnoentusiasmo e apocalittica, profetismo e malinconica rassegnazione, nella filosofia postmoderna dei media e della scrittura di Flusser e Baudrillard, a cui Türcke risponde su due livelli: stilisticamente, con la sobrietà antiprofetica della sua prosa; e teoreticamente, radicando il tramonto della «Galassia Gutenberg» nell’incessante processo di ricomposizione del Capitale.

Ma cosa c’è davvero in gioco, per Türcke, nella critica radicale alla nostra nuova, eccitatissima società dello spettacolo? Fin dove affondano le radici antropologiche che lo Spettacolo fa riaffiorare, sotto mentite spoglie, in epoca neoliberale? La risposta ce la dà Cuomo, nel saggio che apre il volume, e suona: ben oltre l’antichità e ben oltre il Neolitico – per rintracciarle bisogna, piuttosto, ripercorrere non meno di 70.000 anni, fino al profondo paleolitico. E lo si può fare proprio perché, secondo Türcke, le condizioni di vita contemporanee configurano un vero e proprio «ritorno al fondamento», secondo l’espressione hegeliana, un collasso del piano temporale nel cuore dell’arcaico. È lo «shock audiovisivo» dovuto al «progressivo irrompere sociale e psichico dei media analogici (fotografia, cinema, televisione) e poi di quelli digitali» (p. 36) a ripiegare la linea del tempo: l’adesso, lo Jetztzeit, non aggredisce il passato con il «balzo di tigre» di cui parlava Benjamin, quanto, piuttosto, vi sprofonda.

i dont think

Con il suo apparato tecnoestetico, la società neoliberale realizza così il paradosso di un ritorno alle condizioni paleolitiche: dallo Spettacolo al Sacro, dal sensazionalismo dello psicopotere neoliberale alla preistoria della sensazione, dalla diversione (del trauma) al divertimento. È lì, infatti, che Türcke situa luogo della neurogenesi: l’origine traumatica del vivente umano. All’origine c’è il trauma, l’horror, il terribile o, nel linguaggio di Walter Otto, l’«epifania del sacro». Ma il sacro, in Türcke, non è qualcosa come un’originaria sostanza religiosa, il recondito nucleo teologico seppellito sotto – e attraverso – le macerie della civilizzazione. È, piuttosto, la cifra che maschera i processi di formazione del sensorio umano. Il terribile non è che l’impatto tra l’organismo e il flusso soverchiante degli stimoli ambientali – un impatto che l’organismo cercherà di prendere in contropiede, di profanare, di ripetere incessantemente per immunizzarsi attraverso una «inversione salvifica».

Ecco il paradosso della teoria della religione di Türcke: il sacro nasce da un atto di profanazione, dall’operazione assolutamente profanatoria della rap-presentazione dell’horror. Non è tanto una sostanza, quanto piuttosto il prodotto di un’operazione: il sacrificio, sacrum facere, che, nella precisa ricostruzione di Giessler Furlan, scandisce il processo della civilizzazione (p. 83). In principio, dunque, non è il lógos, ma il trauma. Ed è l’elaborazione del trauma della morte del maestro rinnegato a innescare il processo di formazione del cristianesimo. Alla base del teologumeno del Risorto e della ritualità pentecostale non c’è, in Türcke, altro che l’impossibilità di accettarne la morte e il colpevole abbandono da parte di Pietro e degli infedeli discepoli, come chiarisce Pirolozzi. L’inaccettabile morte di Gesù è così ricodificata come vita altra, la vita del Risorto, attraverso una straordinaria operazione di riterritorializzazione delle categorie del Regno: colui che predicava l’avvento del Regno diviene «il Salvatore in persona»; l’attesa del Regno, «miseramente crollata», un «rinnovato tempio interiore» (p. 108).

Nell’abbozzo di una storia originaria del religioso, però, si lasciano intravedere anche i lineamenti di una teoria della civiltà che è, insieme, un’archeologia dei media, una fisiologia della percezione e una teoria dialettica della storia. All’intersezione tra questi campi c’è il meccanismo-pivot attorno a cui – come sottolinea criticamente Hösle – ruota tutto l’impianto teorico di Türcke: la coazione a ripetere. Ma, in Türcke, il ritorno del rimosso non è, come in Freud, il riaffiorare alla coscienza di un trauma non elaborato o, come in Adorno, la sinistra legge del mito. Si tratta piuttosto, come scrive Scafoglio, di una «ripetizione di ordine culturale» (p. 206), capace di elaborare il rimosso che ripete. Scardinati dall’originale apparato freudiano – bloccato, come mostra Wiedermann, tra triangolazione edipica, miti di orde e fondazioni e lo spettro libidinale della pulsione di morte – i dispositivi del trauma, del sacrificio e della coazione a ripetere diventano funzioni della marxiana «fantasmagoria della merce», le cui tracce si disseminano lungo una genealogia della percezione che porta a compimento il programma benjaminiano, prima che adorniano, di una «Urgeschichte der Moderne» (p. 208).

La protostoria di Türcke si fa così carico del compito che Benjamin, con un motto celebre, assegnava alla filosofia: «attraversare il deserto di ghiaccio dell’astrazione». Che cosa si trova oltre – al di qua, a lato, sotto, sopra, dentro – le stratificazioni teologiche, filosofiche, percettive, politiche, economiche dell’Occidente? La sensazione – barrata, obliterata, sospesa: la sospensione della sensazione, l’eccitazione come stato d’eccezione percettivo. Tra le tappe fondamentali della sua Urgeschichte, ci dice Cavallo illustrando la filiazione Nietzsche-Türcke, spicca anzitutto un luogo: il mercato. È al mercato che «l’uomo folle» della Gaia Scienza denuncia l’assassinio di Dio; è al mercato, nell’agorà, «l’incubatrice della filosofia», che nasce l’astrazione del concetto (p. 46); è al mercato che la lingua, la comunicazione e la comunanza degli esseri, si confonde in ogni punto con la circolazione della merce e della moneta. Non è dunque un caso che l’ex pastore protestante Türcke segua lì Nietzsche, figlio di un pastore protestante, per cogliere una traccia-chiave della sua Urgeschichte, che svilupperà in modo decisivo nel saggio The Priesthood of Money, uno dei tre testi türckiani pubblicati in appendice al volume.

Fin qui, nella prima sezione del volume, le firme di Sensazione e protostoria analizzano gli elementi che compongono l’arsenale critico e categoriale di Türcke, il suo «archivio». I saggi raccolti nella seconda sezione, invece, gettano luce sui suoi campi di applicazione, sulle sue «linee di attualizzazione».

Con Schweppenhäuser e Zuin, ci ritroviamo così di fronte non soltanto alla critica di Türcke all’attuale trionfo della didattica come scienza – dietro cui si celerebbe la surcodificazione neoliberale di tutti i materiali culturali in «pacchetti di qualifiche» attraverso l’applicazione coatta del paradigma metafisico della mediazione (teologica, politica, massmediologica e pedagogica) alla sfera educativa (p. 244) –, ma anche a un’analisi della proposta di riforma della scuola elementare, volta a contrastare «the hegemony of concentrated distraction» (p. 266) generata dagli shock audiovisivi attraverso una serie di misure, tra cui spicca l’introduzione degli «studi rituali». Azevedo Rodrigues e Farias, poi, illustrano fino a che punto la svolta digitale in ambiente scolastico, imposta dalle misure di contrasto al Covid-19, abbia acuito e attualizzato una tra le più tetre diagnosi di Türcke: l’ipotesi secondo cui, in epoca spettacolare, alla coazione a esserci sul piano digitale-mediale dell’emissione di messaggi corrisponda la dissoluzione dell’esserci come corpo. È attraverso il sistema Laban-Bartenieff, un insieme di tecniche del corpo nate sul terreno della sperimentazione teatrale e performativa, che Azevedo Rodrigues e Farias puntano a rilanciare la propriocezione corporea di studentesse e studenti (p. 360). Le implicazioni politiche della medesima ipotesi di Türcke, che ha anzitutto a che fare con la «coercizione ad emettere» e con la profonda ridefinizione dei codici comunicativi che ne risulta, sono invece al centro dell’analisi della «miseria Brasiliana» proposta da Duarte. Con Bolsonaro e i suoi spin doctors, anche il Brasile – dopo gli USA di Trump e poco prima dell’Argentina di Milei – è attraversato dalla carica strutturalmente reazionaria e post-fascista della comunicazione just in time, delle sue fake news, delle sue demiurgie linguistiche e dei suoi mitizzanti complotti.

Ma l’inversione del «cogito» cartesiano nel «sentio ergo sum» spettacolistico investe anzitutto il dispositivo moderno dell’identità. Che si parli, con Nacif, della dissoluzione dell’individuo moderno nel «tipo» metropolitano a opera di quella «visual machine gun» che è la moda (p. 407), o, con Bock e Dierks, delle controverse posizioni assunte da Türcke nel dibattito pubblico sulla nuova legislazione tedesca in materia di genere, al centro è sempre l’individuo moderno, con le sue pretese di autodeterminazione. Il problema è presto detto: per Türcke, il costruttivismo radicale dei queer studies poggerebbe su un «radical voluntarism» in ultima analisi inseparabile dalle tendenze individualizzanti, anti-corporee e dissolutive della modernità liberale. Una modernità antidemocratica, perché laddove vale la formula «I say what I am!» non vale la conversa: «You (the Others, the democratic community, us) say what I (each individual) is». Insomma, per Türcke, la performatività di genere si ridurrebbe a performance – il suo «I am what I am!» alla pressione liberal-spettacolistica di voler-essere-qualcuno.

Ma è qui che i nodi vengono al pettine. Già, perché le lotte e le resistenze queer, genuinamente antagoniste e genuinamente politiche, non sono affatto sovrapponibili all’immagine distorta che ne restituisce il potere neoliberale con l’obiettivo strategico di neutralizzarle e sussumerle. «Queerness – scrive Bock criticando Türcke – is still something different from the cross-front of the identitarian Reichsbürger» (p. 302). Qui Türcke manca il punto, confonde la cosa (la community LGBTQ+) con la sua immagine mediata dal potere, il «concreto rapporto sociale» di cui parlava Marx con la sua apparenza stregata, lo Spettacolo. Ma qual è l’origine di un simile abbaglio? Perché, quando si ha a che fare con un pensatore del rango e dell’estrazione di Türcke, non è lecito infilare la scorciatoia della separazione di teoria e prassi, elaborazione categoriale e valutazione politica, «archivio» e «linea di attualizzazione». Tra i molti meriti di Sensazione e protostoria vi è senza dubbio quello di aver posto questa domanda, che riguarda direttamente lo statuto politico, ontologico, sociale e mediale dell’Io, con tutto ciò che ne consegue. Se sia possibile venirne a capo con gli strumenti dialettici messi a disposizione dalla Teoria Critica (anche nella sua versione più eterodossa, quella di Türcke) rimane un urgente problema aperto, che, oggi, grazie a Sensazione e protostoria, possiamo tornare a sollevare.

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Immagine di copertina:
Mimmo Rotella, Collage 12, 1954