[Fantasmi (n. 37) è il nuovo numero di Charta Sporca. Ne pubblichiamo un estratto per gentile concessione dell’editore].
Dall’Editoriale di Fantasmi (n. 37)
Dei fantasmi di solito si ha paura. Sono sfuggenti, impalpabili, si manifestano agli occhi o nelle foto, come ectoplasmi e macchie biancastre che testimoniano la presenza impossibile, sempre sul punto di svanire, di un’assenza. Ma che accadrebbe se per una volta i fantasmi restassero, se si facessero avvicinare, toccare, baciare, inghiottire? Li giudicheremmo ancora con la severità e il sospetto che riserviamo a chi infrange i tabù, a ciò che altera i confini tra vita e morte, visibile e invisibile? Toccandoli, potremmo scoprire infatti che ci sono più familiari di quel che crediamo, che non sono davvero così impalpabili, e che la loro parentela con la morte non è poi tanto stretta. Per vederli basta gettare uno sguardo di sorvolo sulle nostre città alienate, sul denaro che le tormenta e che guida i nostri corpi al lavoro o al supermercato, sulle ombre scheletriche del potere e dei suoi palazzi. Per sentirli, è sufficiente sniffare l’aria, densa di polveri e smog, attraversata dalla nauseante ronda dei rifiuti, o tendere l’orecchio alle grida sorde di coloro che la spietatezza delle logiche del nostro mondo relega a essere umani di serie-b (senzatetto, carcerati, migranti, folli, disabili, bambini, malati, anziani, drogati).
I fantasmi che abbiamo voluto evocare in questo lavoro collettivo non sono poi tanto diversi da noi: sono gli spettri del nostro secolo. Non abbiate paura di prestargli ascolto! Anche gli spettri sanno dire la verità…
Tre incontri con il soprannaturale alla luce della filosofia di Arthur Schopenhauer
Claudio Kulesko
(Shirley Jackson, L’incubo di Hill House)
È successo più volte, quand’ero ragazzo. La sensazione che ci sia qualcun altro con te nella stanza, l’aria pesante, l’atmosfera di minaccia sopita. Di notte, per strada, mi guardavo attorno per scoprire chi o cosa mi stesse spiando dal buio. Dai ritratti appesi alle pareti, dagli oggetti trovati nelle case abbandonate, l’energia residua vorticava intorno a un indicibile nucleo traumatico, che sondavo attraverso la psicometria, il pendolo e altre tecniche di divinazione. Il cosmo intero pullulava di presenze, mentre io andavo scomparendo. Non ero mai solo, c’era sempre qualcosa all’altro capo della stanza, nei cortili, nei magazzini immersi nell’oscurità, nei ruderi sul ciglio della strada.
A casa bruciavo incenso e candele in onore delle gerarchie infernali, con i loro principi, marchesi, granduchi e generali. Sedevo a gambe incrociate sul mio letto, al buio, e attendevo che l’oscurità si popolasse di presenze. Ed era questo che accadeva: sperimentavo intensi stati dissociativi, nel corso dei quali la mia coscienza si disgregava e si proiettava all’esterno del corpo sotto forma di entità disincarnate.
Per anni ho cercato di entrare in contatto con i demoni, gli spiriti dei morti e le altre dimensioni. Finché non è stato proprio questo a distruggermi. Le entità hanno cominciato a manifestarsi sul piano sensibile, sfidando ogni mia capacità di controllo e di razionalizzazione, in un periodo in cui sentivo di star perdendo sempre più la presa sulla mia vita e sul mondo.
È stato questo incontro con l’impossibile a farmi decidere di ripudiare l’occulto e le sue strategie di manipolazione del reale. L’esoterismo moderno, tanto occidentale quanto orientale, non ha strumenti in grado di analizzare, descrivere, definire e sistematizzare gli eventi ai quali assistevo in quei mesi. Ero solo di fronte a una duplice impresa: da un lato, ricostruire la mia personalità frammentata da anni di pratiche al limite della schizofrenia paranoide; dall’altro, arrivare a comprendere una serie di fenomeni che non corrispondevano affatto alla vulgata esoterica, ma che non erano neppure il frutto di mere allucinazioni. “Anomalie concrete nel funzionamento del mondo”, potremmo chiamarle.
La frammentazione della mia personalità – dovuta a cause ben più mondane dei demoni – è stata aggravata da una visione del mondo che individua menti in ogni dove. Questo, d’altro canto, è il perno teorico di tutta la Magia, compresa quella incentrata su flussi impersonali e forze caotiche: l’idea che la realtà sia un labirinto di specchi o di illusioni, in cui gli organismi biologici non sono mai soli. Nel pensiero magico siamo sempre in balia dell’Altro, che non è quello psicoanalitico ma quello delle prime scienze antropologiche: una miscela di meraviglioso e terrificante insita in tutte le cose, al cospetto della quale l’essere umano non può che esprimere sottomissione e devozione. Il sacro.
L’abitudine a proiettare e disseminare intenzionalità e scopo sugli oggetti extra-mentali ha condizionato persino il modo in cui si esprime il mio inconscio.
Nei miei sogni, mi trovo in un’antica villa che ho da poco comprato o che appartiene alla mia famiglia da generazioni. Uno spazio immenso, di sconcertante bellezza, quasi sempre su un solo piano, nel quale è possibile camminare per ore senza mai giungere alla fine. Essa muta e si espande di continuo, alterando la disposizione delle mura e degli interni. Un processo perpetuo di decostruzione e ricostruzione, ideato per intrappolare all’interno dell’edificio l’incauto ospite. Io sono perfettamente consapevole di tutto questo, so tutto a proposito dell’edificio e dei suoi fantasmi, eppure non riesco a sottrarmi alla tentazione di esplorarla. Alla fine del sogno, quando mi ritrovo al centro della villa, nella stanza che più di ogni altra so che dovrei evitare, accade ciò che accade. È la manifestazione. Un fenomeno poltergeist di proporzioni immani, che coinvolge tutta la villa e la sprofonda in un abisso di pura autodistruzione. A quel punto la “cosa”, che era solo un grumo di pura energia, rabbia e rancore, si rivela. E io mi sveglio, del tutto dimentico di quell’ultimo atto di rivelazione.
C’è il clinico alla base di tutto ciò, non il critico. Ma è questa messa a nudo a dar forma al lavoro, a dettare il punto di partenza per oltrepassare la distinzione tra i due poli. Né clinica né critica: metafisica.
Solo il racconto delle tre esperienze, accompagnato da una breve esposizione di certe dottrine filosofiche moderne, può rendere giustizia a tale scelta metodologica.
Shadow People
Il primo incontro, il più modesto in termini filosofici, ha dato inizio a una catastrofica sequenza di fenomeni psichici.
Era notte fonda. Me ne stavo sdraiato sul letto ad ascoltare la musica. Ero ben sveglio e di buon umore, al punto da dondolare la gamba al ritmo del brano che suonava nelle cuffie del mio lettore CD portatile. La luce nella stanza era spenta ma l’abat jour sul comodino era accesa, puntata come sempre in direzione della porta che dà sul corridoio.
Mi sono sentito osservato. Come ho già detto, non ero nuovo a questo tipo di sensazione, che si manifestava di continuo sotto forma di micro-percezioni e allucinazioni del campo visivo periferico. Ho aperto gli occhi e ho alzato lo sguardo, sporgendomi al di sopra del petto per vedere tutta la stanza in una volta sola. È stato come se le fondamenta della realtà si fossero di colpo polverizzate – uno stato mentale che posso solo paragonare a quello di chi si trova all’epicentro di un terremoto. C’era qualcuno alla porta. Un volto sottile e scavato, dai brillanti occhi rosso acceso, che mi spiava affacciandosi dal corridoio. Per un breve istante, la mia mente si è disgregata, come quella degli ingenui personaggi di H.P. Lovecraft. Sono piombato in una sorta di stato confusionale; io, che avevo sfidato le potenze dell’Inferno e le case infestate, pregandole di vomitarmi addosso tutto quello che avevano in serbo per me.
Il processo di frammentazione dell’Io (al pari della sua costruzione) non è lineare, si comporta più come uno sciame che come la linea di montaggio di una fabbrica. Non si tratta solo di addizionare o sottrarre qualcosa ma di assemblare una serie di frammenti disuguali in un patchwork, ossia in un insieme disomogeneo. Ciò è evidente fin dall’epoca delle prime indagini psicoanalitiche, anzi, ancor prima, attraverso il sistema sintetico kantiano. L’esperienza non è un continuo ma una montagna russa fatta di diverse quantità, qualità e, soprattutto, intensità. Il trauma, in tal senso, è un punto di rottura intensivo nel tessuto, altrimenti liscio e compatto, della psiche organica; un elemento di discontinuità che altera la sequenza causale e narrativa che dà forma all’Io. C’è un prima e un dopo il trauma, una connessione di tipo saltazionista, più che graduale, che altera in modo indelebile il continuum dell’esperienza soggettiva. Il terrore è un’onda anomala che cancella ogni connessione e costringe il cervello a riorganizzarsi il più in fretta possibile, per non perire.
Quando sono stato di nuovo in grado di pensare, il volto era scomparso.
Una visione dovuta al dormiveglia. La spiegazione più semplice: la stessa che mi sono dato prima di tornare a letto e mettermi a dormire. Ogni altra interpretazione di quel fenomeno sarebbe giunta a posteriori, a coronamento di una serie di nessi causali tra eventi a malapena correlati tra loro. Da settimane, ogni volta che veniva a trovarmi a casa, la ragazza di un mio amico si sorprendeva a fissare il fondo della stanza, incapace di togliersi di dosso la sensazione che lì ci fosse qualcuno, immobile, in piedi di fronte all’armadio.
Autosuggestione, tutto qua. Il primo episodio psicotico di un soggetto vulnerabile.
Arthur Schopenhauer è stato il primo pensatore europeo moderno a prendere sul serio la visione dei fantasmi. Per il filosofo tedesco, l’individuo non è che l’oggettivazione di una forza primordiale, cieca e idiota, la Volontà, che pulsa attraverso tutte le cose – dalle particelle alla materia inorganica, dalle piante agli animali. La Volontà si manifesta attraverso la volizione, sia quella inconsapevole degli enti inanimati sia quella cosciente degli enti animati: i cristalli di carbonio vogliono continuare a espandersi e proliferare; le piante vogliono raggiungere la luce solare; gli esseri umani vogliono accumulare fama e denaro. Non è necessario che si passi dalla volontà all’atto, è questo il punto fondamentale; la Volontà ribolle nei corpi anche quando questi sono a riposo. È inevitabile. In virtù di tali stimoli inconsci, la Volontà si assicura la propria infinita perpetrazione. Finché qualcuno vuole qualcosa, essa continuerà a esistere e a oggettivarsi nel mondo.
Da qui, il pensiero di Schopenhauer si inoltra in tutta una serie di considerazioni sulla mente umana derivate dal suo idolo filosofico, Immanuel Kant. Per Schopenhauer, come per Kant, l’esperienza soggettiva viene canalizzata all’interno di una serie di vincoli rigidi. Da un lato troviamo i sensi, ordinati secondo il tempo e lo spazio, che forniscono al cervello i dati grezzi già filtrati (un certo spettro luminoso, una certa frequenza acustica). Dall’altro, le categorie, un complesso apparato che determina a priori le modalità percettive e di pensiero. In breve, non possiamo fare a meno di percepire un dato oggetto sotto l’egida della sua quantità, delle sue qualità (essere una certa cosa e non un altra), delle sue relazioni con gli altri oggetti e della sua modalità di esistenza (la luce procede necessariamente da una fonte luminosa, una palla da biliardo non sempre va nella direzione prestabilita). Ciò che esperiamo, pertanto, non è il mondo in sé – la realtà pura, per così dire – ma una sua “rappresentazione”, determinata dalle nostre facoltà naturali.
Alla teoria kantiana, Schopenhauer fa solo una piccola aggiunta, che risulta però fondamentale nell’elaborazione del suo sistema filosofico. Sia per Kant che per Schopenhauer, il principio di causa (così come quello di ragion sufficiente) non appartiene al mondo naturale ma a quello mentale dell’Io soggettivo. Per Kant il principio di causa è qualcosa che concerne la successione regolare dei dati sensibili (se vedo del fumo è perché c’è un fuoco) o un fattore che procede da un giudizio soggettivo e, dunque, da una decisione razionale. Per Schopenhauer, invece, è la madre di tutte le categorie, la categoria definitiva che precede e anticipa tutte le altre. Senza la causalità a stabilire la precedenza di prima e dopo, di fatto, non ci potrebbero essere né tempo né spazio, né quantità né qualità, né relazione né modalità. L’esperienza soggettiva, in tal modo, si ridurrebbe a un mero riflesso del caos schizofrenico della Volontà nuda. Per tale ragione, la Volontà ci tiene imprigionati all’interno di una gabbia termodinamica astratta, dominata da una successione cronologica di tipo lineare, nella quale ogni cosa è generata o causata da qualcos’altro.
Ma cosa accade quando il principio di causa viene meno?
Secondo alcuni studi, le apparizioni di spettri e fantasmi sarebbero da attribuire a delle anomalie temporanee nei lobi temporali: delle sorta di micro-ictus o micro-crisi epilettiche, capaci di sospendere per un breve lasso di tempo il normale flusso di esperienza. Non sarebbe altro che la dopamina rilasciata nel corso di tale processo a conferire spessore emotivo alle allucinazioni. In ciò, il soggetto assumerebbe su di sé un atteggiamento involontariamente pragmaticista: se provo qualcosa, allora vuol dire che ciò che ho davanti esiste davvero.
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Immagine di copertina:
Jaroslav Panuška, Nokturno, 1897, china su carta, Patrik Šimon’s Collection